Quella del 10 dicembre al carcere di Rebibbia è stata un’inaugurazione speciale per Eugenio Tibaldi, due immense fenici colorate e ritagliate nell’alluminio si sono posate nella casa di reclusione femminile romana, la più grande d’Europa, immaginate dall’artista insieme con le detenute, durante lunghi incontri avvenuti nei mesi passati. Un’inaugurazione celebrata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, «che prima ha chiesto una visita privata alla mostra e poi alla presentazione ne ha parlato in maniera precisa e sentita, molto emozionante, perché in questo progetto la società civile vede l’arte come uno strumento e non un fine».

Tibaldi è ora al lavoro per un altro grande cantiere, un’installazione pubblica che debutterà a giugno a Trenčín, in Slovacchia, Capitale europea della Cultura 2026. Il suo studio è pieno di bozzetti, disegni, acquerelli, di pagine scritte, un progetto che sarà collocato in una chiesa del 1200 che anche questa volta nascerà da workshop, con bambini e bambine delle classi elementari. «I miei imput sono accolti e trasformati dalle comunità a cui è destinato il lavoro, per offrire loro un punto di vista con cui raccontarsi e creare simboli in cui si riconoscano. Così è stato con le detenute, così nei miei lavori precedenti sui clochard e i loro giacigli, che sono architetture minime e deteriorabili e non prevedono l’arroganza dell’eternità. Oppure sulle periferie, che fotografavo cancellando poi con il bianco gli elementi ufficiali per lasciare, invece, quelli informali tipo cassonetti e cartelli pubblicitari abusivi. Mi interessano sempre i margini e cosa lì accade». Una riflessione sull’umanità costante la sua, che passa anche attraverso il mondo degli uccelli come metafora, un lavoro aperto, con disegni e pitture, collage dove ornitologia e lettura antropomorfa si fondono, opere bellissime che sembrano volare qua e là sulle pareti, o planare in gruppo come una quadreria nel suo studio luminoso.