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Ultimo aggiornamento: 12:54

I Cure hanno vinto due Grammy Awards. È successo ieri a Los Angeles, nel contesto della cerimonia di assegnazione dei premi. Uno come miglior album di musica alternativa con Songs of a Lost World, uno per miglior performance con Alone. Non un premio alla carriera mascherato, ma un riconoscimento arrivato adesso, mentre la band è ancora in scena, con un disco nuovo, pubblicato nel 2025, che non cerca scorciatoie e non fa sconti a nessuno.

Songs of a Lost World non è un album accomodante. Anzi: sono più i motivi per cui non dovrebbe piacere di quelli per cui dovrebbe. È cupo, lungo; ostinatamente lento. Per non parlare della produzione: irregolare e a tratti fragile; lontana da qualsiasi artificio contemporaneo. È un album che chiede attenzione. E poi, Alone, non è una hit radiofonica: supera i sei minuti, non strizza l’occhio a niente e a nessuno. Dimenticate Friday I’m in Love. Qui non c’è la nostalgia come rifugio, ma un presente che pesa e che pretende spazio.

Ed è proprio qui che nasce il corto circuito. Che un’istituzione come i Grammy premi oggi un disco così non è una cosa bella. È un premio che arriva con un ritardo clamoroso. Davvero dobbiamo considerare normale che Robert Smith e soci vincano il loro primo Grammy nel 2026? C’è qualcosa che non torna. Non tanto nella vittoria in sé, quanto nella sua collocazione temporale. La qualità della musica del gruppo inglese, era evidente da decenni.