I neuro-inganni della tecnologia rendono più difficile orientarsi, dicono gli psicologi. Così, nell’incertezza, cala la fiducia tra esseri umani
di Enrica Brocardo
Per prendere le decisioni più importanti ci mettiamo una frazione di secondo. Non è un paradosso, è una questione di sopravvivenza. Perdere tempo a riflettere, qualche decina di migliaia di anni fa, era un lusso che nessuno poteva permettersi. Vero o falso. Fiducia o difesa. La scelta si basa su segnali che il cervello decifra senza che ce ne rendiamo conto: un sistema, seppure imperfetto, necessario e affinato in un lungo processo evolutivo. Ma nel giro di pochi anni, il nostro ecosistema è cambiato in maniera radicale. Le nuove tecnologie, soprattutto l’intelligenza artificiale generativa, hanno introdotto elementi che rendono l’euristica – questo sistema di scorciatoie mentali basate non su un rigore logico, ma sull’intuizione – improvvisamente obsoleta.
Quello che vediamo e sentiamo non è più necessariamente reale: l’altro con cui abbiamo uno scambio può essere una macchina programmata per sembrare un essere umano e la tecnologia ci consente di mentire meglio e su larga scala, diffondendo falsità incredibilmente verosimili. Certo, la prossima volta che dovessimo vedere Tom Hanks fare la pubblicità di un’assicurazione per cure dentali o le immagini di Taylor Swift nuda, la prima reazione sarà non crederci o almeno dubitare. Ma la diffidenza come metodo di vita non è praticabile. Perché, come ha risposto la stessa ChatGpt alla domanda se gli esseri umani siano più sospettosi o creduloni: “Credere è meno costoso che dubitare”.






