Il fantasma del suicida Epstein è una specie di mostro di Frankenstein risvegliato dalle tenebre dell’inconfessabile per poter puntare il laser a luci rosse sulle prede da caccia grossa. È Donald Trump nel mirino dell’ennesima fermentazione dei files lasciati dal burattinaio del mondo dorato di Hollywood e del potere in tutte le sue declinazioni, colui che ha trasformato L.A. Confidential nel film della sua vita e anche dopo la sua morte. Nel minestrone piccante delle pruderie made in Usa ribollono testimonianze e denunce due generazioni dopo i fatti, orge con stelle e stelline, sparizioni come neanche la Mafia a Las Vegas, flash dove quello che sembra appare più veritiero di quello che in realtà è.
La storia attraverso il buco della serratura, splendori e miserie delle cortigiane e degli uomini di potere, sonetti lussuriosi alle Pietro Aretino che di modi ne descrisse tanti, in versi, ma niente a che vedere col ripudio americano di puritanesimo e perbenismo. Prima si alludeva, mentre ora con i quattro salti in padella della ricetta Epstein tutto è diventato esplicito, dichiarato, guarnito, anche se fritto e rifritto a distanza di tempo dopo aver calcolato l’effetto che fa e il moltiplicatore dei social. Farà pure effetto, ma è sempre storia vecchia.









