All’aeroporto di San Diego c’e’ un nuovo terminal per i voli internazionali. Tutto è nuovo di zecca, dai bagni ai caroselli fino alle procedure d’ingresso. A chi viaggia con un visto decennale non si chiedono più le impronte digitali, basta una foto, un sorriso due chiacchiere e via e si entra negli Stati Uniti.
Per chi arriva dall’Europa, dove l’eco sinistro della caccia all’emigrato dell’ICE e del border patrol fa tornare alla mente i raid dei nazisti, l’accoglienza di San Diego è una vera sorpresa. A pochi chilometri dal confine messicano, questa è una città dove si sente parlare piu’ spagnolo che inglese. I latini sono talmente tanti che a seconda dei quartieri ci si puo’ illudere di essere in una capitale sudamericana. E tanti sono gli emigrati senza documenti. Qual è la differenza tra San Diego e Minneapolis?
A San Diego, come nel resto della costa occidentale (California, Oregon e Washington) c’e’ un alto numero dei cosiddetti migranti semi-legali. Si tratta di individui che hanno un permesso di lavoro che il governo gli rinnova ogni due anni, ma che non sono cittadini, non hanno né green card né passaporto. Non possono uscire dagli Stati Uniti, se lo fanno non rientreranno piu’. Tra questi c’e’ José che viene da Sinaloa, roccaforte del cartello messicano a poca distanza dal confine californiano. Pulisce le stanze in un motel vicino all’aeroporto di San Diego. Paga regolarmente le tasse, il social security, ma non avrà mai una pensione, quei soldi, centinaia di miliardi di dollari che gente come lui versa, rimarranno nelle casse del fisco americano.











