Un esperimento consiste nell’osservare gli effetti di un trattamento. È “naturale” quando il trattamento non è deciso da uno sperimentatore, ma imposto dalla storia. La vicenda recente del Minnesota è un esperimento naturale da cui è difficile prescindere se si vuole capire perché una parte consistente dell’opinione pubblica americana continui a sostenere la linea dura di Donald Trump contro l’immigrazione illegale, nonostante i metodi talvolta brutali della Ice, la polizia federale per l’immigrazione, culminati anche nella morte della militante anti-trumpiana Renee Good.

Il trattamento è stato l’arrivo in massa di immigrati dalla Somalia, una società tribale segnata dal fondamentalismo islamico e con un reddito pro capite pari a circa un centesimo di quello statunitense. Questo flusso si è inserito in uno Stato come il Minnesota, dotato di un sistema di welfare generoso, modellato su tradizioni nord-europee e scandinave. L’immigrazione è avvenuta negli anni in cui l’ideologia multiculturalista dominante scoraggiava apertamente l’idea di promuovere l’assimilazione culturale degli immigrati, sostenendo invece la preservazione delle identità d’origine.

A distanza di trentacinque anni, una parte maggioritaria dell’opinione pubblica percepisce l’esito dell’esperimento come fallimentare. Alcune città, in particolare Minneapolis, sono considerate luoghi in cui l’applicazione della legge è debole o selettiva. La lezione che molti traggono è che le istituzioni cambiano con la popolazione. Dopo il collasso dello Stato somalo nel 1991, il Minnesota fu scelto come destinazione per i rifugiati perché offriva lavori a bassa qualificazione, accessibili anche senza una buona conoscenza dell’inglese. Questa previsione si è rivelata errata: molti di quei lavori sono stati nel frattempo delocalizzati o eliminati.