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Chi ha partecipato al tentativo di salvataggio rischia una condanna per omicidio. E le Ong sono parte civile
I trafficanti non li hanno mai trovati e si godono, liberi e ricchi in Turchia, oltre un milione di euro incassato dai migranti, che a loro rischio e pericolo avevano pagato circa 9 mila dollari a testa per arrivare illegalmente via mare in Italia. Gli scafisti, l'ultimo anello della catena criminale, sono stati condannati anche a 20 anni, una giusta pena. Sul banco degli imputati, però, hanno trascinato sei servitori dello Stato, quattro della Guardia di Finanzia, impegnati nel tentativo di soccorso e due della Guardia Costiera di turno la notte del 26 febbraio 2023 a cominciare dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma. Ieri si è tenuta al tribunale di Crotone la prima udienza con gli imputati alla sbarra, che devono rispondere della pesante accusa di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, tutta da provare, per presunti ritardi e omissioni nel soccorso. Già il rinvio a giudizio è stato frutto di strabismo giudiziario, ma pensare che siano loro gli assassini di un naufragio provocato dallo scafista al timone è da mondo al contrario. Nonostante le telecamere siano bandite dall'aula il processo è stato favorito da un volano mediatico con l'obiettivo politico di colpire il governo. E dalle prime battute il cartello delle Ong del mare, ammesso come parte civile con una decisione a dir poco discutibile, ha alzato il tiro. "Il giudizio sul naufragio di Cutro non può fermarsi ai funzionari di grado inferiore, o semplicemente a coloro i quali erano in turno quella notte - pontificano - ma ogni decisione, anche quelle delle autorità superiori, dovrebbe essere presa in considerazione risalendo l'intera catena di comando". Nella lista di testimoni, presentati dai legali di alcuni sopravvissuti, ci sono il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi e quello delle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini, pure vicepremier.






