L'Inghilterra, quella vecchia signora un po' appannata che un tempo dettava legge sui mari e sulle strade, con le sue Rolls-Royce che sussurravano lusso come un maggiordomo discreto, le Jaguar che ruggivano eleganza felina e le Bentley che parevano uscite da un romanzo di Evelyn Waugh.
Era il regno dell'automobile come status symbol, dell'ingegneria che sposava l'aristocrazia, di un impero su quattro ruote che non tramontava mai. Poi arrivò Margaret Thatcher, la Lady di Ferro con la sua geniale intuizione: aprire le porte alle case giapponesi, far produrre lì per esportare in Europa, trasformando le fabbriche britanniche in succursali di Tokyo. Un ponte tra Oriente e Occidente.
Oggi, nel 2026, guardiamo indietro al 2025 e ci viene da dire: God save the car, perché il re è nudo, e pure senza benzina. I numeri, diffusi dalla Society of Motor Manufacturers and Traders (Smmt), sono di quelli che fanno venire i brividi, non per il freddo umido di Birmingham, ma per il gelo dell'oblio industriale. Produzione totale di veicoli: 764.715 unità, il minimo dagli anni Cinquanta, dal 1952 per la precisione, quando il mondo usciva dalla guerra e l'Inghilterra ancora si leccava le ferite.
Un calo del 15,5% rispetto all'anno precedente. E i motivi? Ce ne sono per tutti i gusti, un cocktail amaro di geopolitica, tecnologia e quella transizione "green" che suona tanto ecologica quanto punitiva.






