La battuta sul travaso di bile viene fin troppo facile considerato che il giudice che ha firmato il provvedimento indigesto al Garante della Privacy e favorevole a Report di nome fa Corrado e di cognome Bile. Ma la questione è un’altra e riguarda l’imparzialità della magistratura e l’intreccio tra toghe, una certa stampa, e la politica. Per dire: il giudice Bile è lo stesso che nel 2024 ha condannato l’Italia a risarcire i naufraghi respinti in Libia; ed è lo stesso che nel 2022 ha detto no a un’imponente richiesta risarcitoria (350mila euro) da parte di Eni nei confronti del Fatto quotidiano, dopo una serie di articoli giudicati inesatti e diffamatori dall’azienda del cane a sei zampe.
Ancora: è sempre il giudice Bile a sostenere che la campagna del giornale diretto da Marco Travaglio contro il governatore lombardo Attilio Fontana, accusato di malagestione del Covid, non fu lesiva della reputazione del presidente leghista perché si trattò di «critiche legittime» e quindi niente risarcimento (Fontana aveva fatto causa). Per gli addetti ai lavori: è sempre Corrado Bile ad avere firmato insieme a un gruppetto di altre toghe (rosse?) capeggiato da Silvia Albano, di Magistratura democratica, la lettera di solidarietà al Csm nei confronti della collega Luciana Sangiovanni che l’organismo di autogoverno della magistratura voleva punire per essersi fatta “raccomandare” dall’allora capo dell’Anm, Luca Palamara, ai tempi dello scandalo nomine. «Nessuno di noi mai ha dubitato, a seguito della pubblicazione di tali chat, delle doti di assoluta indipendenza, imparzialità ed equilibrio della dottoressa Sangiovanni», si legge nella missiva sottoscritta da una decina di togati e inviata alla Prima Commissione referente; «nessuno di noi ha mai lontanamente pensato che ella potesse essere un soggetto in qualche modo “avvicinabile”». Imparzialità ed equilibrio devono essere, infatti, le doti cardine di un magistrato, è quanto riportano gli stessi colleghi della Albano nella difesa corporativa della categoria.














