«Se non sei seduto al tavolo dei vincitori, sei nel menu». È questa vecchia massima della diplomazia ad aver convinto Elly Schlein a giocarsi la partita del referendum. La segretaria del Pd, inizialmente orientata a mettere la testa sotto la sabbia, ha poi capito che comunque sarebbe diventata il trofeo di caccia del voto di marzo. «A questo punto almeno entra in campo», le hanno suggerito i consiglieri. Così è nata la battaglia del Nazareno per il No. Una strategia improvvisata, con un sottotitolo esplicito: sopravvivere alla primavera e restare in sella per poter sfidare Giorgia Meloni nel 2027. La posta in gioco è evidente: una vittoria del Sì aprirebbe un baratro nel campo largo, offrendo un argomento decisivo ai detrattori della segretaria che la giudicano «unfit», non all’altezza. Il circo Barnum allestito dal Pd si muove seguendo una stella polare: politicizzare la separazione delle carriere, caricare il voto di significati epocali e impropri, spalancando la porta alle fake news. Ieri è partita la seconda puntata della cosiddetta «campagna social» dem. In parallelo, cento costituzionalisti hanno aderito al comitato per il No: tra loro Enzo Cheli, Massimo Villone e Roberto Zaccaria. Nel mirino anche «la sinistra che vota Sì», il fronte organizzato da Stefano Ceccanti, vicepresidente di Libertà Eguale ed ex parlamentare Pd. Un network che coinvolge numerosi esponenti democratici — Pina Picierno, Enrico Morando, Tommaso Nannicini, Paola Concia — e figure storiche dei Ds come Cesare Salvi, Giovanni Pellegrino Claudio Petruccioli, con l’ausilio del giurista Augusto Barbera.