Si chiama filosoficamente eterogenesi dei fini il fenomeno degli effetti delle azioni umane inaspettati, spesso opposti a quelli perseguiti. È il caso emerso, con la morte dello storico avvocato degli anni di Mani pulite Giuliano Spazzali, dai suoi rapporti col principale antagonista nel processo più emblematico di quella stagione, che fu il sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro. L’imputato difeso da Spazzali era Sergio Cusani, accomunati da esperienze giovanili di estrema sinistra, extraparlamentari. Spazzali era stato peraltro il difensore di un’organizzazione di cui dice tutto il nome: Soccorso rosso. Erano stati i tempi degli annidi piombo, per intenderci. Nella vicenda giudiziaria e politica delle Mani pulite la coppia più assortita di imputato e avvocato difensore fu quella di Spazzali e Cusani. Quella meno assortita fu di Spazzali e di Di Pietro. Che scoprì appunto con Spazzali un tipo di avvocato cui non mi sembra tuttora fosse abituato, indisponibile ad assecondare l’accusa per risparmiare manette e quant’altro all’assistito accusato di partecipazione a Tangentopoli. Così fu chiamata non una città ma un sistema dove si praticavano e si scambiavano con le tangenti gli affari privati e il finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica.