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25 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 9:12

Il pugile avanza verso il quadrato con in sottofondo la canzone d’ingresso che si è scelto, i cannoni sparano il fumo artificiale e il ring announcer urla il nome, caricando gli spettatori. Non siamo ai livelli di show delle serate a Las Vegas, al Madison Square Garden o a Riad, però, come cornice, è comunque superiore a molte riunioni italiane. E non stiamo parlando di pugilato professionistico e nemmeno di quello olimpico: questo è il White Collar Boxing, sì, la boxe dei colletti bianchi, che nasce a New York (alla Gleason’s Gym con Bruce Silverglade) ma oggi ha una diffusione capillare in tutta la Gran Bretagna. Non c’è città in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles dove non ci sia un’organizzazione che metta in piedi serate di questo tipo, in cui lo scopo finale è la beneficenza.

Un appassionato di boxe, che nella vita fa tutt’altro, si iscrive a una serata di White Collar Boxing, si allena in una palestra per alcune settimane con allenatori e sparring partner e poi finalmente combatte nel torneo. Non costa nulla e non ricevi soldi: devi impegnarti a vendere dei biglietti d’ingresso il cui ricavato va in beneficenza. A New York sono soprattutto avvocati, a Londra quei “colletti bianchi” che durante tutto il giorno lavorano in qualche ufficio di un grattacielo della City. Ma oggi il fenomeno è così esteso che si è allargato a tutte le classi sociali. Un mondo di appassionati dal quale recentemente è uscito uno dei pesi massimi attualmente più forti al mondo.