Nella sua rubrica sul Venerdì di Repubblica Annalisa Cuzzocrea si occupa delle parole che definisce “obbedienti”, anzi nel suo caso degli articoli determinativi. Basta usare “il” presidente anziché “la” presidente per appellare la premier Giorgia Meloni per divenire, a suo avviso, schiavi delle «narrazioni spinte dai potenti». In pratica dall’evocazione allarmista della torsione autoritaria siamo giunti alla “torsione grammaticale” imposta con la pretesa di definire al maschile un presidente del Consiglio donna. Polemica vecchia: la iniziò Laura Boldrini nell’ottobre del 2022. Eppure tema ricorrente da parte delle donne di sinistra contro Meloni che definì la querelle di natura burocratica e la risolse così: «Chiamatemi come volete, va bene anche Giorgia». Perché allora il ritornello ogni tanto fa capolino nella dialettica politica? Diciamo che a sinistra per elaborare il lutto della elezione di una donna di destra a Palazzo Chigi hanno messo in campo una serie di fumisterie che aiutano a sopportare meglio lo smacco. Questo del definirsi al maschile della premier è una delle principali. Ciò celebrerebbe secondo loro l’appartenenza di Meloni al campo degli avversari “maschi” e dunque sarebbe il segno concreto di un suo presunto antifemminismo.