Vecchio e badante se lo ricordavano bene. Se lo ricordavano il giorno in cui Elon Musk a Davos, durante il meeting annuale del Word Economic Forum, aveva prospettato un futuro popolato da robot umanoidi in grado di svolgere la maggior parte delle mansioni umane. Sarebbe stata una rivoluzione per il mondo del lavoro, ovviamente, ma anche per i processi cognitivi e relazionali. La società sarebbe mutata a seguito della comparsa della nuova specie androide, a prima vista indistinguibile da quella umana, basata sulle ultime scoperte della bionica (biologia, ingegneria, meccatronica) e dell’AI.
Era un sogno vecchio quanto il mondo, che però l’uomo degli anni zero aveva potuto effettivamente realizzare. Da Prometeo che tenta di rubare il fuoco agli Dei, cioè la fiamma generatrice per eccellenza, la sfilata di doppi artificiali era stata possibile attraverso le spericolate fantasticherie dell’arte. Ciò che la scienza non poteva ancora realizzare, era stato additato con precisione dall’arte come bisogno oscuro dell’uomo. Vedersi da fuori, riflettere sulla propria identità, moltiplicarsi in un riflesso, sostituirsi a Dio nella creazione: ciò che era stato un rapido barbaglio nell’oscurità, nel secolo dei Lumi, con l’avvento di una propensione positivistica perfino nella creatività, diventò una vera e propria ossessione. Da Pinocchio (1881) di Carlo Collodi al Golem di Praga (1915) di Gustav Meyrink, da Frankenstein (1818) di Mary Shelley a Eva Futura (1886) di Villiers de l'Isle-Adam (sì, il primo “androide” in letteratura era una donna), in tanti avevano sognato il sogno di Elon Musk. Il sogno per eccellenza, fin dal titolo, restava quello di Philip K. Dick ne Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, alla base del film che aveva finito di colonizzare l’immaginario collettivo con replicanti, cloni e robot: Blade runner di Ridley Scott arrivò nelle sale cinematografiche nel 1982, a un passo dall’esplosione degli home computer.







