MILANO – Era un vero principe del foro. Non tanto per le cause che vinceva: anzi ne perdeva moltissime (e non perché non fosse bravo, ma perché amava realmente, carnalmente, politicamente le cause perse). Era un principe per il suo acume. Giuliano Spazzali stava male da tempo: una malattia di quelle che ti fanno perdere la memoria, il senso delle cose e della frase, l’orientamento. E a 87 anni può capitare: «Ma è struggente che sia capitato a lui, una delle persone più geniali che abbiamo mai conosciuto in vita e nel palazzo di giustizia», dice Jacopo Pensa, che tante volte da collega penalista l’ha incontrato. Il grande pubblico ha conosciuto Spazzali durante il processo a Sergio Cusani, che ieri di lui ha detto: “Un grande avvocato, un grande intellettuale, un grande amico". Era il 1993, anno secondo dell’epoca di Tangentopoli, e venne concessa alla Rai la diretta tv; la stessa Rai diffuse il segnale a chi ne faceva richiesta. Scontri, interrogatori, pallori, rabbia entrarono in ogni casa.

Da una parte c’era Antonio Di Pietro, che nell’immaginario collettivo era il sostituto procuratore che aveva messo in ginocchio la corruzione della Prima Repubblica e che aveva un eloquio inconsueto nelle sue inchieste: «dazione ambientale», «hai dato o hai preso?» (sottinteso, la mazzetta), «in che vasetto stai?» (traduzione: corrotto o corruttore). Il tribunale era presieduto dal severo giudice Giuseppe Tarantola, un mito di competenza. E Giuliano Spazzali, soffrendo e ironizzando, si prese l’epiteto di «anti-Di Pietro». Una volta confidò sorridendo: «Francamente un po’ poco, meritavo di più».