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21 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 9:30 del 21 Gennaio

Pensavamo di aver risolto il mistero delle esperienze di pre-morte (NDE), legandole puramente a un effetto della chimica del nostro cervello. Ma la spiegazione fornita dal cosiddetto “modello Neptune”, messo a punto dall’Università della Virginia, non torna. Il mistero di cosa accade davvero al confine ultimo della coscienza umana, quel momento sospeso tra la vita e la morte, è ancora aperto. A decretarlo sono due scienziati Bruce Greyson e Marieta Pehlivanova del DOPS (Division of Perceptual Studies della UVA), secondo i quali il modello Neptune è un “gigante dai piedi d’argilla”: troppo semplicistico per contenere l’enormità di ciò che accade sulla soglia dell’ignoto. Le loro considerazioni sono state pubblicate sulla rivista Psychology of Consciousness Theory Research and Practice. L’idea alla base di Neptune è che le visioni dei morenti siano allucinazioni provocate da squilibri di gas nel sangue o scariche di endorfine. Ma la realtà clinica racconta una storia diversa. Le allucinazioni comuni, come quelle indotte da droghe o malattie neurologiche, sono frammentarie e spesso isolate a un solo senso (sentire voci o vedere ombre). Le NDE, invece, sono esperienze iper-realistiche. A differenza dei sogni o dei deliri, che svaniscono al risveglio, le NDE rimangono incise nella memoria con una nitidezza che non sbiadisce nemmeno dopo cinquant’anni. I pazienti riferiscono di aver visto, toccato, annusato e sentito con una chiarezza superiore a quella della vita quotidiana.