C’è chi racconta di aver fluttuato sopra il proprio corpo in una sala operatoria, riportando dettagli sorprendentemente nitidi sui medici impegnati nella rianimazione, sul posizionamento degli strumenti o sulle conversazioni tra gli infermieri. E c’è chi invece racconta di aver visto una luce in fondo al tunnel o di aver abbracciato un proprio caro perso... Sono più o meno queste le esperienze di pre-morte maggiormente riportate da chi pensa di aver quasi attraversato il confine con l’Aldilà.
Per anni gli scienziati hanno tentato di spiegare questi fenomeni, definiti tecnicamente Near-Death Experience (Nde). E per brevissimo tempo pensavano di esserci riusciti, liquidando le Nde come effetto di un “cortocircuito” cerebrale, il cosiddetto “modello Neptune”. Ma c’è di più ed è ancora un mistero, almeno secondo Bruce Greyson e Marieta Pehlivanova del DOPS (Division of Perceptual Studies) dell’Università della Virginia.
Che cos’è il Modello Neptune
In un uno studio, pubblicato sulla rivista Psychology of Consciousness, i due scienziati hanno definito il modello Neptune come un “gigante dai piedi d’argilla”, troppo semplicistico. Ma la realtà clinica racconta una storia diversa. Le allucinazioni comuni, come quelle indotte da droghe o malattie neurologiche, sono frammentarie e spesso isolate a un solo senso: si sentono delle voci o si vedono delle ombre. Le Nde, invece, sono esperienze iper-realistiche. A differenza dei sogni o dei deliri, che svaniscono al risveglio, le NDE rimangono incise nella memoria con una nitidezza che non sbiadisce nemmeno dopo cinquant’anni. I pazienti riferiscono di aver visto, toccato, annusato e sentito con una chiarezza superiore a quella della vita quotidiana.







