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Ultimo aggiornamento: 7:10
A cura di Giulio De Meo
Un silenzio assordante ha accolto la firma del memorandum dello scorso 7 gennaio, un documento che sancisce formalmente la fine di una parte della diplomazia climatica mondiale. A un anno esatto dall’inizio del secondo mandato alla Casa Bianca, l’amministrazione statunitense ha ufficializzato il recesso dall’Accordo di Parigi e dall’intera intelaiatura della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Con questo gesto gli Stati Uniti dichiarano la propria indipendenza dalla realtà materiale del pianeta.
Sotto la guida strategica del Segretario di Stato Marco Rubio, l’amministrazione ha giustificato il ritiro di Trump da oltre 60 organizzazioni e trattati internazionali definendoli “architetture globali dominate da ideologie progressiste”. È proprio da queste parole che si comprende come dietro la retorica della libertà economica si cela un’operazione ben più profonda e inquietante. Oscurando sistematicamente i portali di dati scientifici, riducendo al silenzio le agenzie di monitoraggio e interrompendo bruscamente il finanziamento ai satelliti per lo studio dell’atmosfera, la politica climatica di Trump punta a un obiettivo preciso: rendere invisibile il problema. Se i dati non vengono raccolti, se la temperatura non viene misurata, se lo scioglimento dei ghiacci non viene fotografato, allora la crisi può essere declassata a semplice “rumore di fondo”, un fastidio trascurabile rispetto agli imperativi della crescita nazionale.








