L'eleganza del segno, riprendendo il maestro Rubens, la sobrietà nell'uso del colore, secondo la tradizione italiana rinascimentale, fino alla conquista, negli anni della piena maturità, di uno stile riconoscibile e del tutto autonomo, meticoloso e intuitivo, in cui la perfezione tecnica si fonde con la grazia, la solennità e la raffinatezza: la primavera a Palazzo Ducale di Genova avrà il cromatismo e la profondità psicologica delle tele barocche di Antoon van Dyck (1599-1641), grazie alla mostra allestita dal 20 marzo al 19 luglio nelle sale dell'Appartamento del Doge dal titolo "Van Dyck l'europeo.
Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra".
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, e con un comitato scientifico onorario internazionale, composto da studiosi italiani e stranieri, la retrospettiva è la più grande degli ultimi venticinque anni dedicata al maestro di Anversa, che fu eccellente ritrattista delle corti europee ma anche artista completo e versatile, inquieto e sensibile, capace con il suo occhio attento e l'uso sapiente della luce di raccontare in modo formidabile ambienti, oggetti, stati emotivi, temi classici e sacri.
L'idea che anima il progetto è quella di ripercorrere le diverse fasi che caratterizzarono la parabola artistica del pittore fiammingo ma soprattutto di sottolineare - documentandola attraverso numerosi ed eccellenti prestiti internazionali - la sua sorprendente capacità di mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, di tradurle poi in formule innovative. La mostra inoltre pone l'accento anche su quanto van Dyck fu un artista pienamente europeo: il pittore infatti ebbe in un certo senso "tre patrie", per tre periodi artistici distinti, lavorando tra il 1621 e il 1627 in Italia (qui Genova ebbe un ruolo centrale), nelle Fiandre, ovviamente, e poi a Londra, dove venne chiamato a dipingere per il re Carlo I d'Inghilterra.






