Nel 2026 l’arte in Italia sembra muoversi come una lunga frase ben costruita: senza titoli urlati, ma con un ritmo interno che ti prende per mano e ti accompagna da un tema all’altro. Non tanto una raffica di opening da consumare in apnea, ma una stagione di progressione narrativa, come se le mostre si fossero messe d’accordo per parlarsi a distanza, come se ognuna lasciasse una parola sospesa che la successiva raccoglie e trasforma.
Si comincia a Milano, dal 29 gennaio al 17 maggio 2026, a Palazzo Reale, con Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio. L’esibizione raccoglie un’ampia selezione di opere iconiche del fotografo americano, tra nudi maschili e femminili, ritratti, fiori provenienti dagli anni Settanta e Ottanta. Mapplethorpe lavora sempre sullo stesso cortocircuito: usare la perfezione per parlare di ciò che è considerato deviante. I corpi sono scolpiti dalla luce come statue antiche, ma non c’è nulla di pacificato. La sua poetica è una disciplina dello sguardo che diventa politica del desiderio. Iniziare l’anno da qui significa chiarire subito una cosa: l’arte non consola, mette a disagio con eleganza.
Anselm Kiefer porta le sue Alchimiste a Milano: “vedere cose orribili per ricavarne bellezza”








