DAVOS. La guerra non è finita. Volodymyr Zelensky arriva a Davos in mattinata, dopo ore di incertezza sulla sua presenza, e in pochi minuti riporta la guerra in Ucraina al centro del World Economic Forum. Fino alla sera precedente il conflitto era rimasto sullo sfondo dell’agenda ufficiale, complice l’attenzione concentrata su altre crisi e sull’attesa delle mosse della nuova amministrazione americana. Con il suo intervento, il presidente ucraino spezza quella sospensione e pronuncia un discorso che è insieme atto d’accusa e richiesta di svolta, rivolto soprattutto all’Europa. «Se l’Europa non è vista come una forza globale, se le sue azioni non spaventano i cattivi attori, allora l’Europa sarà sempre costretta a reagire, a rincorrere nuovi e pericolosi attacchi», afferma dal palco di Davos, davanti a una platea gremita. LIVE Guerra Ucraina Russia, le news di oggi 22 gennaio Zelensky apre citando il film Groundhog Day (Il giorno della marmotta in italiano, ndr). «Nessuno vuole vivere così, ripetendo la stessa cosa per settimane, mesi, anni», dice. «Eppure è così che viviamo ora». Un anno dopo il suo ultimo intervento a Davos, il presidente ucraino sostiene che nulla sia cambiato. L’Europa, afferma, continua a discutere mentre la guerra prosegue. «Molti credono che le cose si sistemeranno in qualche modo. Ma non possiamo affidarci al “in qualche modo”», avverte. Il riferimento è diretto a una leadership europea che, a suo giudizio, resta paralizzata dalla prudenza e dalla paura del rischio politico. A quasi quattro anni dall’invasione della Federazione Russa in Ucraina, il sentore del leader ucraino è che il senso di urgenza sia venuto meno sotto molti aspetti. Una situazione che è pericolosa non solo per Kiev ma anche per l’Ue. Nel mirino finiscono le scelte concrete, o la loro assenza. Zelensky ringrazia l’Europa per aver congelato gli asset russi, ma denuncia lo stallo quando si è trattato di usarli. «Quando è arrivato il momento di impiegarli per difendere l’Ucraina, la decisione è stata bloccata», afferma, chiedendosi se il problema sia «il tempo o la volontà politica». Poi allarga l’attacco alla flotta ombra russa che continua a trasportare petrolio lungo le coste europee. «Perché il presidente Trump può fermare le petroliere della flotta ombra e sequestrare il petrolio, mentre l’Europa no?», domanda. «Quel petrolio finanzia la guerra contro l’Ucraina. Se Putin non ha soldi, non c’è guerra per l’Europa». Il discorso si sposta quindi sul quadro internazionale, collegando l’Ucraina alle proteste in Iran e alla repressione che, secondo Zelensky, è stata lasciata “annegare nel sangue” mentre l’Occidente attendeva una mossa americana. «Quando rifiutate di aiutare chi lotta per la libertà, le conseguenze tornano sempre indietro, e sono sempre negative», avverte. Cita la Bielorussia come esempio di ciò che accade quando l’inerzia prevale: «I missili non sono lì per decorazione», dice, ricordando come la Russia abbia potuto dispiegare armi grazie al controllo politico del Paese. È una dinamica che, secondo Zelensky, oggi si ripropone anche nel caso della Groenlandia, tema che nei giorni precedenti aveva distolto l’attenzione da Kiev. «Sembra che tutti stiano aspettando che l’America si raffreddi su questo tema, aspettando che passi», afferma. «Ma nel frattempo la macchina da guerra russa continua». Il presidente ucraino mette apertamente in discussione anche la sicurezza europea e il ruolo della Nato. «La Nato esiste grazie alla convinzione che gli Stati Uniti interverranno», afferma. «Ma cosa succede se non lo fanno?». Da qui l’invito a costruire una capacità di difesa autonoma. «Mandare 14 o 40 soldati in Groenlandia, cosa dovrebbe ottenere? Che messaggio manda a Putin, alla Cina?», chiede. «L’Europa deve imparare a proteggersi». Ricorda come molti Paesi abbiano rispettato gli impegni di spesa militare solo dopo le pressioni di Donald Trump, segno, a suo dire, di una mancanza di iniziativa strategica. Il rapporto con il presidente americano attraversa tutto l’intervento. Zelensky racconta di un incontro «molto buono» con Trump, avuto poco prima di salire sul palco. «È stato molto importante», dice, ringraziandolo per il tempo concesso. I due hanno discusso di difesa aerea, mentre la Russia continua a colpire le infrastrutture energetiche ucraine nel pieno dell’inverno, e dei negoziati per porre fine al conflitto. «Siamo all’ultimo miglio», afferma Zelensky. «È molto difficile. I russi devono essere pronti a dei compromessi». Trump, dal canto suo, ha definito il colloquio «molto buono», una valutazione condivisa anche da un alto funzionario ucraino. Durante la sessione di domande e risposte, Zelensky annuncia che funzionari di Stati Uniti, Ucraina e Russia terranno colloqui trilaterali ad Abu Dhabi tra venerdì e sabato, rivelazione che segna uno dei passaggi chiave della giornata di Davos. Gli Stati Uniti sono vicini a un accordo con Kiev sui termini di un piano di pace, mentre da Mosca arrivano segnali di freddezza. Gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi a Mosca per un incontro con Vladimir Putin, che finora non ha mostrato alcuna disponibilità a una tregua. Zelensky resta scettico sull’atteggiamento europeo verso Washington. «L’Europa sembra persa nel tentativo di convincere il presidente americano a cambiare», afferma. «Ma lui non cambierà. Ama chi è». E aggiunge: «Dice di amare l’Europa, ma non ascolterà questo tipo di Europa». Il continente, secondo il presidente ucraino, rischia di restare «un bellissimo ma frammentato caleidoscopio di piccole e medie potenze», incapace di diventare un attore globale. La chiusura dell’intervento è un appello netto, accolto da una standing ovation dalla platea della Congress Hall della cittadina dei Grigioni. «Nessuna discussione intellettuale è capace di fermare le guerre», dice Zelensky. «Abbiamo bisogno di azione. L’ordine mondiale nasce dall’azione». Poi l’avvertimento finale: «Senza azione ora, non c’è un domani». Con poche frasi, il presidente ucraino riporta la guerra al centro del Forum di Davos e ricorda ai leader riuniti sulle Alpi che il conflitto non è un tema del passato, ma una questione aperta che continua a definire il futuro dell’Europa. A margine del Forum, però, Zelensky compie un passo ulteriore. Parlando con i giornalisti dopo l’incontro con il presidente americano, annuncia di aver raggiunto un accordo con Donald Trump sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. «Le garanzie di sicurezza sono pronte», dichiara. «Il documento deve essere firmato dalle parti, dai presidenti, e poi passerà ai parlamenti nazionali». È un passaggio cruciale nel negoziato, che conferma come la partita non riguardi più soltanto il cessate il fuoco, ma l’assetto di sicurezza del dopoguerra. Resta però un nodo irrisolto. «Adesso tutto ruota attorno alla parte orientale del nostro Paese», spiega Zelensky. «Tutto ruota attorno ai territori. Questo è il problema che non abbiamo ancora risolto». La questione delle regioni occupate dall’esercito russo continua a rappresentare il principale ostacolo a un accordo complessivo, anche mentre i documenti sulle garanzie di sicurezza sembrano avviati verso la firma.