«Sono contento di parlare con qualcuno che non sia un chatbot». È una frase che i volontari di Telefono Amico sentono sempre più spesso dai giovani che fan terapia su ChatGPT. «Ragazzi e ragazze che non vogliono morire, ma non riescono più a vivere», li definisce la vicepresidente Diana Del Prete. Cercano una voce reale quando la solitudine diventa troppo pesante da reggere da soli, quando il rumore di fondo è continuo, ma manca qualcuno che ascolti davvero.
Chi chiama
Nato oltre sessant’anni fa con l’obiettivo di prevenire il suicidio, il servizio oggi intercetta un’utenza molto diversa da quella che si immagina comunemente. Non solo adulti o anziani, ma soprattutto giovanissimi, spesso sotto i 18 anni, che preferiscono la chat WhatsApp alle telefonate. Un cambiamento netto, accelerato dal Covid, che ha reso evidente una fragilità già presente: ragazzi sempre connessi, ma sempre più soli. «È il mezzo che cambia – spiega la presidente dell’associazione, Maria Assunta Fazio –. Da quando abbiamo introdotto la chat, l’età di chi ci contatta si è abbassata moltissimo». I dati lo confermano: quasi la metà di chi usa la chat ha meno di 35 anni e una quota significativa rientra nella fascia 15-18. È un dato che interroga: perché ragazzi così giovani sentono il bisogno urgente di rivolgersi a un servizio di ascolto anonimo? «Molti scrivono di nascosto dai genitori, per paura che confidarsi possa portare a decisioni che li spaventano, come l’attivazione di percorsi psicologici o il timore di non essere capiti. C’è pudore, c’è disagio – spiega la vicepresidente –. A volte il rapporto con gli adulti non è percepito come paritario. Non si sentono ascoltati, ma valutati». E soprattutto non cercano frasi di circostanza: «Quando sentono dire «la vita è bella» si sentono sminuiti».






