La montagna ha partorito un topolino. Ci tocca usare questa frase fatta per descrivere l'arrivo a destinazione, con fatica e in ritardo, del Digital networks act (Dna). La strategia svelata dalla Commissione europea – e che dovrà passare al vaglio del Parlamento e del Consiglio per l'approvazione definitiva – è decisamente al ribasso rispetto alle più che ambiziose proposte messe nero su bianco due anni fa, correva febbraio 2024, nel Libro bianco Come gestire le esigenze infrastrutturali digitali dell’Europa ed è fuori fuoco rispetto alle raccomandazioni dell'economista Mario Draghi contenute nel dettagliato report sulla nuova competitività dell’Europa, in particolare sul fronte reti e telecomunicazioni.Poche novità, molti dubbiCosa prevede il “nuovo” Digital networks actNessun obbligo a carico delle big techLo switch off del rame posticipato di 5 anniPer le frequenze licenze illimitate ma clausole pro-investimentiNet neutrality, nessuna novità di rilievoCosa prevede il “nuovo” Digital networks actIn sintesi: le big tech non dovranno contribuire alla realizzazione delle reti, resta attiva la regolazione ex ante, scartando quella ex post suggerita da Draghi, lo switch off, cioè la dismissione delle reti telefoniche in rame è rimandato al 2035. Mentre ci sono notizie positive dal fronte delle frequenze (licenze illimitate) e della deregulation (il passaporto unico per le reti), ma guardare il bicchiere mezzo pieno resta difficile.“Le misure sullo spettro sono un ottimo inizio, ma meno della metà delle misure di Draghi sono state implementate nella proposta. Per incentivare gli investimenti, serve una vera deregolamentazione della fibra e condizioni di parità tra telco e big tech”, commenta Alessandro Gropelli, direttore generale di Connect Europe, l’associazione che rappresenta le principali telco europee.E secondo la direttrice generale di Asstel Laura Di Raimondo “le prime impressioni sul Dna sembrano indicare una giusta direzione nel riconoscere che la competitività digitale europea passa dalle reti, dagli investimenti e da una visione coerente ed equa della catena del valore di Internet”.Ma, continua Di Raimondo, “lo strumento funzionerà se saprà spostare l’attenzione su semplificazione e investimenti sostenibili e rischierà invece di accentuare le criticità se estenderà in modo disordinato l’ambito regolato senza affrontare il tema strategico del riequilibrio del valore. Il settore sta studiando attentamente il Dna e l’Italia, in particolare, non può permettere nessun arretramento sul tema delle telecomunicazioni: le imprese investono da anni anche in assenza di margini per mantenere alto il livello dei servizi, e il quadro europeo dovrà necessariamente conto di questa specificità”.Banda ultralarga, nessun obbligo per le big techCome già raccontato da Wired a novembre scorso, il Dna non ha mantenuto le promesse, o almeno quelle più importanti e attese dal comparto delle telco: è sulla questione del fair share (o network fee che dir si voglia) che l’Europa ha disatteso i suoi stessi desiderata. Le big tech, che hanno fatto forti pressioni a Bruxelles, l’hanno dunque spuntata e non saranno obbligate a contribuire alla realizzazione delle reti a banda ultralarga in capo alle telco.La Commissione ha derubricato la questione a un mero meccanismo di cooperazione volontaria tra i fornitori di connettività (le telco) e quelli del cloud e dei contenuti digitali (ossia prevalentemente i colossi americani). Eppure Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, in conferenza stampa ha addirittura detto che “i rapporti fra le parti funzionano bene”.Ma il fatto che si lasci il “cerino” nelle mani delle telco non fa ben sperare: se è vero che gli operatori potranno rivolgersi alle autorità di settore (per l’Italia l’Agcom) per richiedere la conciliazione, quanto tempo ci vorrà per venirne a capo considerati i rimbalzi inevitabili fra un’azienda e l’altra prima di mettersi d’accordo?Il rischio, più che concreto, è andare avanti per anni prima di trovare la quadra, sempre al netto dei contenziosi legali che nel settore sono all’ordine del giorno. Non solo: la partita delle reti si gioca anche sul fronte del 5G: nel nuovo Cybersecurity Act è prevista l’esclusione dei fornitori “ad alto rischio”, come potrebbero essere i cinesi di Huawei e Zte, dunque le telco che hanno ancora in pancia tecnologie made in China dovranno sostituirle: Tradotto: costi aggiuntivi.Lo switch off del rame posticipato di 5 anniPoi c’è a questione dello switch off delle reti in rame per favorire la migrazione degli utenti alla fibra considerato che in molti Paesi, a partire dall’Italia, il cosiddetto tasso di take up (ossia gli effettivi abbonamenti rispetto alla disponibilità di reti) si attesta a livelli bassissimi: per Open Fiber e FiberCop, le due wholesale company nazionali, siamo al di sotto del 25%. E, più in generale, in Europa la media inferiore al 30%. Ebbene la Commissione europea, che originariamente aveva ipotizzato la deadline dello switch off al 2030, l’ha spostata al 2035. Nel 2030 scatterà il conto alla rovescia del periodo di transizione (gli Stati membri devono presentare i propri piani nazionali nel 2029) che si protrarrà dunque per altri 5 anni. L’obiettivo è arrivare a una velocità media di download di 311 Mbps già nel 2030 e di 725 Mbps nel 2035.Ma tutto è demandato ai singoli Paesi in termini di attuazione e quindi ci saranno delle flessibilità tenendo conto di quanto rame ha in capo chi. La Germania, ad esempio, è stata fra i Paesi che più hanno spinto verso lo slittamento in avanti. E in Italia se per Open Fiber, che sostiene la migrazione da tempo, la notizia è dunque positiva, FiberCop dal canto suo può tirare un respiro di sollievo visto che una deadline più ravvicinata avrebbe costretto ad una maggiore accelerazione sull'Ftth. Stando alle stime della Commissione lo switch off del rame consentirebbe un incremento del prodotto interno lordo di 400 miliardi di euro e un abbattimento delle emissioni di CO2 nell’ordine di 700mila tonnellate.Per le frequenze licenze illimitate ma clausole pro-investimentiE veniamo al capitolo dedicato alle frequenze: questo è l’unico capitolo in cui le telco possono cantare vittoria, sempre se non cambieranno le carte in tavola di qui all’approvazione del testo. Nel Dna è stata indicata come opzione preferenziale “la durata di licenza illimitata di default” a patto di clausole pro-investimenti e la possibilità di revisione dei diritti d’uso. E si punta inoltre a fare in modo che tutto lo spettro disponibile venga utilizzato e chi non lo usa dovrà condividerlo con altri operatori. E il tutto sarà definito con una specifica European Spectrum Strategy per armonizzare le condizioni di autorizzazione a livello comunitario. Un’armonizzazione è prevista anche sul fronte dello spettro satellitare ed è previsto una sorta di “passaporto unico” per reti e servizi e un'autorizzazione Ue per lo spettro satellitare, inclusa la selezione dei licenziatari in caso di scarsità. Questa opzione ridurrebbe i costi amministrativi e di conformità, nonché quelli di rendicontazione.Net neutrality, nessuna novità di rilievoE infine il capitolo net neutrality su cui era stata annunciato a suo tempo un cambio di passo sostanziale: l’unico cambio di passo, se così si può definire, è l’introduzione di un meccanismo che chiarisca le regole dell'internet aperta per i servizi innovativi, al fine di aumentare la certezza del diritto, nonché di un meccanismo, anche in questo caso volontario, di cooperazione ecosistemica sull'interconnessione IP e l'efficienza del traffico e altri settori emergenti.
La nuova versione del Digital networks act conferma la tendenza europea a posticipare la transizione (qualunque essa sia)
Disattese le indicazioni di Mario Draghi: big tech escluse da obblighi per la realizzazione delle reti a banda ultralarga, lo switch off delle reti telefoniche in rame rimandato al 2035. Nota positiva: licenze illimitate sulle frequenze






