Il settore alimentare è uno dei motori dell’economia italiana, vale il 9% del Pil e rappresenta la prima manifattura del Paese. Eppure, quando si passa dal racconto alla misurazione concreta della sostenibilità, l’immagine che emerge non è rassicurante. Le aziende del settore, soprattutto quelle di dimensioni medio-piccole, stanno ancora affrontando con fatica il passaggio verso una rendicontazione strutturata e trasparente dei propri impatti ambientali e sociali.

Secondo un’analisi Crif Ratings del 2023, citata nella recente tesi di laurea di Virginia Giraldi, ricercatrice dell'Università Bocconi, il 95% delle imprese alimentari italiane presenta punteggi Esg negativi o addirittura pessimi. Un dato che non sorprende gli addetti ai lavori, ma che restituisce con chiarezza la distanza tra la crescente sensibilità del mercato e la reale capacità delle aziende di tradurla in processi, obiettivi e dati verificabili. La sostenibilità è percepita come un tema importante, ma spesso rimane confinata a iniziative isolate, prive di un impianto strategico.

Il focus condotto su un campione di 128 aziende italiane del settore conferma questa fotografia. La pubblicazione di un bilancio di sostenibilità è ancora un fenomeno concentrato nelle imprese più grandi, che dispongono di risorse, competenze e strutture interne in grado di gestire un processo complesso. Le piccole e medie imprese, che costituiscono l’ossatura del comparto, restano invece indietro: non sono obbligate a farlo, temono costi eccessivi e spesso non dispongono di personale dedicato. L’analisi mostra infatti che la dimensione aziendale è il fattore più determinante nella scelta di pubblicare o meno un report.