Marco Castello – classe 1993, Siracusa – è un’Isola delle Rose nel mare della musica italiana. O un negozio d’artigiano: si produce da sé dischi e tour con l’etichetta Megghiu Suli (un gioco di parole che in siciliano sta per “meglio soli”), e da solo si muove nel panorama polarizzato (urban e pop) di oggi, con un cantautorato sbarazzino tra Lucio Battisti, Enzo Carella, Pino Daniele e il jazz studiato a Milano, prima di tornare a casa.
Sorpresa: i concerti sono esauriti dovunque, mentre i giovanissimi stravedono per lui, prima ancora che i nostalgici. Meriti? “Difficile dirlo”, sorride, “i brani chitarra e voce, da fare intorno al fuoco, non passeranno mai. E poi mi aiuta il deserto che c’è fuori”.
Ci si metta un’ironia che, dice, arriva dai libri di Stefano Benni e un linguaggio che pesca dal presente, meme in primis, e l’ha reso popolare sui social, TikTok su tutti. Ma questa repubblica indipendente non è un fenomeno virale, come testimonia il terzo album – uscito a Natale – Quaglia sovversiva, il suo più politico e arrabbiato, cantautorato generazione Z e antiglobalista. “Pure se il linguaggio resta sempre quello dell’umorismo e della fantasia”.
Qui, la fantasia, dove l’ha portata? “L’ho immaginato come la colonna sonora di un film che non esiste, ma nella mia testa è chiaro. Con l’immaginazione mi posso ‘vendicare’ delle storture che vedo in giro. Di base, c’è un’isola che somiglia molto a Siracusa, dove tutto ciò che succede è a profitto di qualcun altro e a scapito di chi ci vive. La quaglia del titolo è la stessa Ortigia, il centro di Siracusa, che in Greco significa proprio ‘quaglia’ e deriva da un mito. Ho pensato che i suoi abitanti, a un certo punto, si ribellassero a chi li sfrutta”.







