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Il leader ucraino: "A Davos se i documenti saranno pronti". Ed è ancora allarme nucleare

"Il piano per la ricostruzione e le garanzie di sicurezza sono molto importanti. Se i documenti saranno pronti, avremo un incontro e un viaggio a Davos. Se ci saranno pacchetti energetici o decisioni su difesa aerea aggiuntiva, andrò sicuramente". Le parole del presidente ucraino Volodymyr Zelensky non hanno nulla a che fare con il morettiano "mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente". Nelle sue parole c'è l'amarezza e la frustrazione per un Paese quotidianamente sotto attacco che teme di essere dimenticato e finire nell'oblio di una geopolitica in cui l'Ucraina non è più al centro dell'attenzione. Eppure la realtà resta tragica: sotto le bombe, i missili e i droni. Al buio e al gelo, con centinaia di migliaia di civili in condizioni terribili e in fuga dalle città.

Non a caso Zelensky ha ammesso di temere che la pressione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguardo la questione Groenlandia possa distogliere l'attenzione dall'invasione russa dell'Ucraina e rallentare i processi di pace in corso, seppur complicati. "L'attenzione sulle questioni non dovrebbe essere considerata intercambiabile". Anche perché chi approfitta del caos globale è proprio la Russia. "Sembra che nel mondo sia tornata in vigore la legge del più forte - dice candidamente il ministro degli Esteri Sergei Lavrov - La Groenlandia è strategica per gli stati Uniti come la Crimea lo è per la Russia", ha detto, in una sorta di tentativo di legittimare le azioni russe alla luce dello scenario politico internazionale.