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Con il trattamento minimo aggiornato e le rivalutazioni, si spostano i limiti di reddito che fanno scattare le decurtazioni
La pensione di reversibilità si prepara a un 2026 di ricalcoli e differenze più marcate tra un beneficiario e l’altro. Le soglie reddituali aggiornate, agganciate al trattamento minimo, possono cambiare l’equilibrio tra chi mantiene l’assegno pieno e chi vede scattare le riduzioni. Sullo sfondo, rivalutazioni e maggiorazioni ritoccano la base su cui si calcolano le quote, ma l’effetto finale dipende dalla composizione familiare e dalla ripartizione tra coniuge e figli. E con gli adeguamenti Istat, anche un incremento nominale dei redditi può trasformarsi in un boomerang, facendo entrare l’assegno in una fascia più penalizzante.
Il nodo più sensibile resta quello delle decurtazioni legate al reddito. Il sistema, per come lo descrivi, viene ricalibrato prendendo come riferimento il nuovo trattamento minimo, indicato attorno ai 611 euro mensili. Quando cresce quel parametro, si aggiornano automaticamente i confini reddituali entro cui la reversibilità resta cumulabile senza tagli. Le fasce di riduzione rimangono tre, ma con valori rivisti: oltre 23.862,15 euro annui è prevista una diminuzione del 25%, sopra 31.816,20 euro il taglio sale al 40%, oltre 39.769,25 euro la riduzione arriva al 50%. In termini pratici, la reversibilità diventa più “sensibile” alle variazioni del reddito complessivo, e anche piccoli scostamenti possono incidere sulla percentuale applicata.






