Avanti di questo passo, finirà che la Svizzera ci chiederà i danni d’immagine. La Confederazione si è impermalita con l’Italia perché, perla sensibilità dei discendenti di Guglielmo Tell, facciamo troppo clamore per la strage di Crans Montana. Il nostro governo si è costituito parte civile. Le nostre istituzioni, l’opinione pubblica e gli avvocati, che sono quelli che tutelano gli interessi dei ragazzi morti e di quelli rimasti gravemente feriti, pretendono di ficcare il naso nell’inchiesta della Procura di Sion. Non ci sta bene che Jacques Moretti possa tornare libero con una cauzione di 400mila franchi, il sindaco Nicolas Féraud sia ancora al suo posto malgrado gli omessi controlli prima e la scarsa chiarezza poi - e i pm vallesi non ci diano le carte che chiediamo e non ci ammettano ai rilievi investigativi.

Ma come ci permettiamo, si offende la terra dei cantoni? Non ci fidiamo della proverbiale precisione svizzera? Vogliamo fare di Crans il simbolo delle piaghe elvetiche, siamo dei tipacci, per i compunti svizzeri, pure dei biechi che strumentalizzano la tragedia per regolare rivalità di campanile. Non sappiamo soffrire in silenzio, mentre dove canta l’orologio a cucù la discrezione con cui si deve vivere la gravità del lutto è un dogma; e poco importa se il silenzio del rispetto diventa anche pretesto per parlare il meno possibile, legittimando il sospetto di voler insabbiare e, conseguentemente di non rispettare la memoria e i diritti delle vittime.