SEOUL. Non aspetta le domande dei giornalisti, questa volta. Giorgia Meloni entra nella stanza al quindicesimo piano dell’hotel Lotte di Seoul con il volto visibilmente teso e fa a una battuta: «Parliamo di Corea, vero?». È un tentativo di sdrammatizzare, poi dice quello che deve dire. Anzi, che vuole dire. I dazi che Donald Trump ha minacciato come ritorsione contro i Paesi europei che hanno inviato i soldati in Groenlandia sono una linea rossa persino per la presidente del Consiglio, la più trumpiana dei leader dell’Unione: «Lo considero un errore, e non lo condivido. Credo che sia necessario invece riprendere il dialogo ed evitare un’escalation. Ho sentito Trump qualche ora fa, al quale ho detto quello che penso».

Meloni: "Un errore l'aumento dei dazi di Trump su Groenlandia. Lavoriamo per evitare escalation"

Poche parole, pochi minuti. Un messaggio preciso, preparato sin dal mattino. Preferisce non svelare troppi dettagli della telefonata, ma mai si era spinta così tanto a criticare una decisione del presidente americano. Sempre pronta a contestualizzare i comportamenti del tycoon, a circoscriverli, a ripetere che va vista la sostanza al di là dei «metodi assertivi», Meloni aveva fatto una scommessa pubblicamente: che Trump non avrebbe mai portato avanti i suoi piani di annessione della Groenlandia. Segno che le sue certezze si stanno incrinando. La premier ha anche sentito il segretario generale della Nato Mark Rutte e ha informato che in serata, orario della Corea, avrebbe sentito i leader europei. «Credo che in questa fase sia molto importante parlarsi. Possiamo lavorare insieme per raggiungere un obiettivo che è utile e necessario». La premier continua a pensare che la scelta di inviare singolarmente i soldati, organizzati in un’operazione guidata dalla Danimarca - il Paese che ha sovranità sull’isola - non sia stata la scelta migliore.