VENEZIA - Sembra un paradosso, eppure, a due mesi dalle elezioni regionali in Veneto, i più scontenti delle scelte politiche del governatore leghista Alberto Stefani sono i suoi colleghi di partito. Quei leghisti così entusiasti dei risultati - il Carroccio primo partito in Veneto, 36% contro il 18% di Fratelli d’Italia - eppure così delusi dalla formazione della giunta e dagli incarichi attribuiti ad alcuni colleghi alleati. Perché, soprattutto in laguna, lo sguardo è già rivolto alle elezioni amministrative di maggio e il timore è che a Venezia le scelte del governatore avvantaggino i meloniani e, ancor più, i fucsia del sindaco uscente Luigi Brugnaro.

Sono mal di pancia che nessuno esterna pubblicamente, ma che nessuno nega. Anzi: «Le braci stanno ardendo». È iniziato tutto con la formazione della giunta, quando Stefani ha mantenuto gli impegni presi con Fratelli d’Italia anche se il partito di Giorgia Meloni aveva dimezzato i consensi: 5 assessori, avevano scritto nei patti pre-elettorali, e 5 assessori sono stati. E siccome il governatore ha voluto scegliersi l’assessore alla Sanità puntando sul luminare della cardiochirurgia Gino Gerosa, anche perché aveva rifiutato tutti i nomi proposti dagli alleati, ecco che sono state rimescolate le deleghe inizialmente contrattate. Ad esempio, FdI avrebbe dovuto avere l’Agricoltura ma non il Turismo, invece ha avuto questo e quello. Per i leghisti veneziani, che si sono trovati con zero assessori in giunta - Paola Roma è trevigiana, Marco Zecchinato vicentino, l’esterno Massimo Bitonci padovano, Gerosa da tecnico non si conta e comunque è padovano - è stato un doppio colpo: nessuno degli eletti nominato a Palazzo Balbi, non Rosanna Conte, non Andrea Tomaello, non Roberta Vianello, neanche l’uscente Francesco Calzavara che tutti davano per certo. In compenso si sono trovati Lucas Pavanetto di FdI non solo assessore al Turismo, ma pure vicegovernatore. Dettaglio non secondario: Pavanetto è di Jesolo, Comune dove il sindaco è di FdI e la Lega sta all’opposizione.