Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

17 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 13:53

Undici candidati ai nastri di partenza, cinque in corsa secondo i sondaggi per approdare al secondo turno e uno che, sempre secondo gli ultimi rilevamenti, dovrebbe avere il posto assicurato per il ballottaggio finale: lo scenario delle elezioni presidenziali in Portogallo, in programma il 18 gennaio, ripropone il quadro frammentato emerso nelle politiche del 2025. Un Paese dove, al netto della crescita dell’astensionismo, il 25% dei consensi è già un successone.

Il Portogallo è una repubblica semipresidenziale: il Capo dello Stato viene votato direttamente dal popolo. André Ventura, leader di Chega, schieramento populista di estrema destra, alleato in Europa di Matteo Salvini, può contare sul dato più consistente: il 24%. Non è poco per un leader che ha dovuto fare i conti con una serie di scandali interni – corruzione, pornografia minorile, persino furti di valigie – ed è stato condannato in tribunale a stracciare i cartelloni elettorali in cui erano contenuti messaggi di contenuto xenofobo. Il tema dell’immigrazione è diventato centrale in Portogallo da quando, nel 2019, Ventura lanciò il suo partito. In una nazione che si affaccia sulle acque agitate dell’Oceano Atlantico, non ci sono migliaia di barconi che sbarcano sulle coste. Gli stranieri arrivano con gli aerei. I brasiliani, in particolare, s’integrano rapidamente, ma anche i rappresentanti delle ex colonie, angolani, mozambicani, capoverdiani e guineani, maneggiando la stessa lingua, riescono a inserirsi e a produrre reddito, accettando i lavori più umili e sottopagati. Gli slogan contro gli stranieri fanno però breccia grazie alla campagna martellante di Ventura.