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Dopo la vittoria a Como, è un festival di giochisti contro risultatisti. Intanto continua da 19 turni l'imbattibilità con zero sconfitte fuori casa
Guerra santa parte seconda: giochisti disperati e inviperiti contro risultatisti in festa. Era inevitabile che esplodesse nel calcio italiano - l'inizio coincise con la storica edizione tra sacchiani e trapattoniani - dopo Como-Milan di giovedì notte, cominciata con i fuochi d'artificio di Nico Paz e del Como ma finito 1 a 3 per il Milan di Allegri rimasto nella scia dell'Inter con le stoccate di Rabiot e le prodigiose parate di Maignan. Il dibattito si è riacceso aspro con i lamenti notturni di Fabegras ("abbiamo fatto 700 passaggi contro 200; se giochiamo altre 10 volte, vinciamo 8 volte, saranno contenti i risultatisti qua") infilzato anche dal quotidiano di Madrid Marca ("el pragmatismo de Allegri contra el vanguardismo de Cesc") a dimostrazione palese che i giochisti valorizzano solo alcuni parametri (possesso palla, numero di passaggi, tiri) ignorando tutto il resto, e cioè il talento (la differenza tra Da Cunha e Rabiot per esempio sotto porta), che è poi l'essenza del calcio. Poi c'è la componente del tifo contro, l'avanspettacolo insomma, che si sofferma sul fattore "C" del Milan per la parate di Maignan: ora se para qualche rigore è soltanto fortuna sfacciata. Capita a chi si sottrae, per rancori personali e pregiudizi vari, al confronto delle idee e dei fatti. Da sempre nel calcio non c'è mai stata una sola via per il successo nel calcio. Lo testimoniano, a mò di sintesi, i tre cicli del Milan berlusconiano scanditi da Sacchi, Capello e Ancelotti, ciascuno con una filosofia completamente diversa, a parità di cifra tecnica.






