VENEZIA - Per 423 giorni è stato il figlio, il fratello, l'amico di tutti. Alberto Trentini è però anche un uomo che ha tutto il desiderio, e il diritto, di riprendersi la sua vita: 46 anni di anagrafe, a cui sono stati rubati 14 mesi «in cui non ha potuto godere dell'affetto della sua famiglia e si è perso il Natale, la Pasqua, il compleanno, la compagnia degli amici, la possibilità di leggere, fare passeggiate, ascoltare musica».
A ricordarlo soprattutto alle istituzioni competenti, in occasione del primo anniversario di detenzione in Venezuela, era stata mamma Armanda, una delle due donne che il cooperante veneziano ha contattato appena prima dell'arresto e appena dopo la liberazione. L'altra è Doris, la ragazza che per tutto il corso della drammatica vicenda non è mai finita sotto la luce dei riflettori, rimanendo però sempre nel suo cuore.
Dopo i primi due mesi di silenzio, rispettato dalla famiglia Trentini nella vana speranza di agevolare un rapido rilascio, è trascorso un anno di copertura mediatica in cui Alberto è stato sostanzialmente una fotografia. Quattro scatti in tutto: il primo piano con la maglietta cachi, i due selfie con gli occhiali da sole in testa, il mezzobusto con l'uniforme grigio-verde. Nei primi due scatti da ex prigioniero, domenica notte all'ambasciata di Caracas, pur nella magrezza e nella stanchezza ha preso forma un volto finalmente felice, con un sorriso disteso sotto le lenti da vista e sopra la t-shirt della Nike. Nel video girato lunedì, sempre nella residenza dell'ambasciatore Giovanni Umberto De Vito, è risuonata la voce che la maggior parte dell'opinione pubblica non aveva mai sentito: «Non vedo l'ora di riabbracciare la mia famiglia», ha detto il 46enne con le braccia dietro la schiena, come faceva da piccolo calciatore in posa nel campetto dell'oratorio di Sant'Antonio al Lido di Venezia, indossando una maglietta del gruppo trash metal Overkill.










