La comunicazione a Eva Vlaardingerbroek, attivista politica conservatrice olandese, è arrivata all’improvviso. Tre giorni fa, il governo britannico le ha annunciato che la sua autorizzazione elettronica per accedere nel Paese non sarebbe più stata valida a partire dal 13 gennaio di quest’anno e che pertanto, se avesse voluto raggiungere il Regno Unito, avrebbe potuto farlo solamente ottenendo un visto. Questo perché, si legge nella mail, «la vostra presenza nel Paese non è da considerarsi favorevole al bene pubblico». E poi la sentenza in calce al documento: «Non potrà fare appello a questa decisione». Fine.
La società proprietaria del Nord Stream 2 ha citato in giudizio il Consiglio dell’Unione europea, contestando le sanzioni imposte da Bruxelles a quello che resta del gasdotto saltato in aria il 26 settembre 2022. La Nord Stream 2 Ag chiede alla Corte di giustizia dell’Unione europea che venga annullato l’articolo 5 bis septies del regolamento (Ue) n. 2025/1494 del Consiglio, del 18 luglio 2025, meglio noto come diciottesimo pacchetto di sanzioni europee contro la Russia.
L’articolo in questione vieta di «effettuare, direttamente o indirettamente, operazioni in relazione ai gasdotti per il gas naturale Nord Stream e Nord Stream 2, per quanto riguarda il completamento, l’esercizio, la manutenzione o l’uso dei gasdotti». La società, al 100% di proprietà del colosso russo del gas Gazprom, elenca sette motivi per cui ritiene illegittimo il divieto di effettuare operazioni sul gasdotto e su quel che ne resta. Ad esempio, le nozioni di «operazione» e «manutenzione» non sarebbero giuridicamente definite, e il divieto si configura come una espropriazione de facto. Inoltre, la società dice che eventuali manutenzioni sarebbero volte «a meri fini di sicurezza per gli anni a venire» e non darebbero vantaggi patrimoniali alla Russia (che è la ragione delle sanzioni).









