Lo avrebbero convinto a rinunciare all'idea di attaccare l'Iran, visto che un'azione militare non farebbe cadere il regime e rischierebbe anzi di portare una nuova guerra in Medio Oriente. Per questo Donald Trump ha cercato di cambiare strategia nei confronti di Teheran, rallentando la marcia verso quella che fino a pochi giorni fa rischiava di diventare una nuova guerra. Le pressioni sono arrivate sia da diversi funzionari americani che dai partner nella regione: Arabia Saudita, Qatar, Oman e Israele. Due giorni fa Trump ha detto di voler rallentare perché l'Iran ha sospeso le pene di morte. Ieri Teheran ha confermato e la Casa Bianca ha detto che il regime «ha interrotto 800 esecuzioni», ma restano forti dubbi: diverse fonti indipendenti segnalano che la repressione continua e che il numero delle vittime cresce. E il Pentagono ha annunciato lo spostamento della portaerei USS Abraham Lincoln dal Mar Cinese Meridionale verso il Medio Oriente.
Intanto il quotidiano New York Times sostiene che a frenare Trump sia stato anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: gli avrebbe chiesto di rinviare qualsiasi iniziativa militare contro l'Iran. E allora gli Stati Uniti potrebbero decidere di dare un'ultima possibilità al regime, evitando per ora uno scontro diretto, ma colpendo con nuove sanzioni: il dipartimento del Tesoro americano ha imposto sanzioni a 18 alti funzionari, tra cui membri dei Pasdaran e delle forze di sicurezza, e altre entità legate al regime accusati di aver diretto la repressione delle proteste. Nella lista nera è entrata anche la prigione di Fardis, dove, secondo il dipartimento di Stato, le detenute sarebbero state sottoposte a «trattamenti crudeli e degradanti».








