Tutti sull’attenti: passa il presidente Paolo Sorrentino. Se Checco Zalone è il premier guascone eletto a furor di popolo, ecco pronto il più classico richiamo all’ordine dal Colle. La grazia, undicesimo film del 55enne regista napoletano, esce nelle sale in queste ore con tutta la sua rassicurante mattarelliana estetica presidenziale (mentre per il premierato il cuore di Paolo batte per Draghi). Protagonista del film è Mariano De Santis (Toni Servillo, meritata coppa Volpi a Venezia 2025), ex giurista cattolico, ora presidente della repubblica indeciso (o forse già troppo deciso in partenza) nel non concedere la grazia a due assassini e nel non firmare la legge sull’eutanasia. Non preoccupatevi. Nessun cinema imbalsamato modello corazzieri del Quirinale (qui la nostra recensione da Venezia). Di sorrentinismo – sfiancante simbolismo, aforismi, formalismi – ce n’è per tutti i gusti: il papa nero in motoretta che si fa le canne, Guè Pequeno medaglia della presidenza della repubblica che canticchia tra gli stucchi, il coro degli alpini che canta e il videoclip ultramoderno. Ma è come se tutto venisse risucchiato dall’intimità fragile e nascosta del suo protagonista.

Sorrentino è un fragilissimo disilluso sentimentale