Ma davvero qualcuno ha pensato seriamente che Donald Trump potesse invadere la Repubblica Islamica per sostenere il popolo iraniano? Conosciamo fin troppo bene le regole del gioco: se non ci sono interessi economici in ballo, difficilmente si scende in campo. Tra la vita di migliaia di giovani manifestanti e una prospettiva economica favorevole, cosa mai potrebbe scegliere?

Eppure, in questo preciso istante, ci sono quasi 90 milioni di abitanti che aspettano un segnale, un attacco militare che vedono come l’unica via di salvezza. Lo attendono come fosse un liberatore, ma salvatore non sarà.

Mentre scrivo, avverto un’angoscia profonda che non concede tregua, un tormento invisibile che si alimenta di ogni immagine capace di infrangere il muro del blackout digitale. Sono rari e preziosi frammenti di verità che mostrano ragazzi poco più che adolescenti sfidare la morte sotto il fuoco dei cecchini a Teheran, Isfahan e Mashhad.

Ho cercato un contatto con gli amici a Teheran, un ponte verso chi sta vivendo l’inferno, ma in quei pochi istanti di connessione il suono della voce è stato sopraffatto dal rumore secco e brutale degli spari sotto le loro case. È un’esperienza che segna l’anima: la consapevolezza che una vita possa essersi spenta in diretta, un istante prima che la linea cadesse nel vuoto, lascia un vuoto incolmabile. Resta solo il silenzio di un segnale interrotto e la consapevolezza di essere stati testimoni impotenti di un addio che non ha avuto il tempo di essere pronunciato.