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La Corte d’appello di Brescia conferma la condanna a otto mesi per de Pasquale e Spadaro: l’omesso deposito di atti decisivi nel processo Eni fu una scelta consapevole e contraria ai doveri di imparzialità del pubblico ministero

Non fu un caso e non fu nemmeno una normale e lecita scelta processuale: quando i magistrati Milanesi Fabio de Pasquale e Sergio Spadaro evitarono di depositare documenti decisivi nel corso del processo ai vertici dell’Eni, lo fecero apposta e violando i loro doveri di imparzialità stabiliti dal codice e dalla Costituzione. Questa è in sintesi la motivazione per cui la corte d’appello di Brescia con le motivazioni depositate oggi ha confermato la condanna a otto mesi di carcere di de Pasquale e di Spadaro inflitta in primo grado.

De Pasquale all’epoca dei processi alle Eni era procuratore Aggiunto a Milano, incaricato Della cruciale funzione di indagare sulla corruzione internazionale, e in questa veste delle inchieste a carico dell’Eni aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. Ma nel corso del processo a Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, amministratori delegati nel tempo di Eni, erano emerse le prove che dimostravano che il principale teste d’accusa, Vincenzo Armanna era un mentitore interessato solo a fare soldi e a condizionare i comportamenti dei vertici del colosso petrolifero di Stato.