Si fa presto a dire “popolo di navigatori”. A dispetto dei loro circa ottomila chilometri di coste, gli italici forse non sono mai stati dei veri navigatori. Non lo erano neppure i nostri illustri avi romani, i quali si adattarono a imparare l’arte marinaresca e a staccarsi dalla sicura terraferma perché, in qualche modo, costretti dai Cartaginesi. In fondo, questo è il nostro stigma nazionale: dare il meglio di noi quando si è costretti dalle circostanze. E Andavano per mare di Marco Valle (Neri Pozza, pag. 336, euro 20) ci racconta proprio una storia d’Italia vista dal mare attraverso le vicende di uomini che a navigare si sono adattati perché commercianti o giramondo inquieti, scienziati e astronomi geniali o letterati temerari. Gente che tra le onde cercava qualcosa d’altro e che spesso ha trovato di tutto, qualche volta perfino l’America.

Il racconto di Valle prende le mosse intorno all’anno mille (quando i vichinghi avevano già messo a soqquadro le coste d’Europa e solcato l’Atlantico in lungo e in largo), un’epoca di rinascita per l’Europa occidentale, una sorta di primavera (dovuta anche a un innalzamento delle temperature che portò messi più generose, a conferma che i cambiamenti climatici non sono solo roba dei nostri giorni e avvenivano anche quando l’industria moderna non esisteva e il petrolio era sconosciuto) che vide sbocciare maggiori ricchezze e con esse innovazioni, traffici, scoperte e idee. In questo clima, si riprese il mare a lungo solo luogo di pericolo e insidie. La riconquista delle rotte verso oriente e verso la Terrasanta con le crociate portò l’Italia a trovarsi, naturalmente e geograficamente, al centro di questo movimento. Dal quale emergono figure straordinarie, spesso a mezza via tra l’eroico e il picaresco.