Spostare utero e ovaie, posizionarli in un punto diverso dell’addome per evitare che vengano irradiati durante le sedute di radioterapia, così da risparmiarli dagli effetti collaterali che potrebbero compromettere la fertilità della paziente.

E una volta terminato il ciclo di cure oncologiche, ricollocarli nella loro sede naturale.

È quello che ha fatto, per la prima volta in Italia, un’équipe multidisciplinare della Fondazione Policlinico universitario Gemelli Irccs di Roma composta da ginecologi oncologi, radioterapisti e chirurghi generali, in un intervento all’avanguardia, che conta solo una ventina di precedenti, eseguito su una giovane donna che doveva affrontare una chemio-radioterapia per un tumore del retto.

Come riferito in un lavoro pubblicato sull’International Journal of Gynecological Cancer, coordinato da Nicolò Bizzarri, dirigente medico presso l’Uoc di Ginecologia oncologica e ricercatore all’Università Cattolica, primo operatore degli interventi di trasposizione e riposizionamento uterino e primo autore dell’articolo, si tratta di un’operazione che ha l’obiettivo di preservare la fertilità in giovani donne affette da patologia oncologica nell’area addomino-pelvica, permettendo loro di affrontare le cure salvavita e di preservare la fertilità.