Telefonate tra ambasciatori, briefing con l’intelligence, minacce via social, spostamenti di personale dagli avamposti in Medio Oriente. Per gli esperti e le cancellerie europee e mediorientali, non ci sono dubbi: gli Stati Uniti sono pronti a sferrare il colpo contro la Repubblica islamica. E ora si teme per i circa 600 italiani nel Paese, a cui la Farnesina ha chiesto di andar via il prima possibile.

Il presidente Donald Trump aveva minacciato un attacco non appena dall’Iran sono iniziate a trapelare le immagini e le testimonianze della brutale repressione delle proteste. E dopo oltre due settimane di manifestazioni e di violenza, il tycoon sembra intenzionato a mantenere la promessa. Sembra. Perché ieri, lo stesso presidente Usa ha aperto un piccolo spiraglio. «Siamo stati informati che le uccisioni si sono fermate e che non c'è nessun piano per esecuzioni», ha detto. Ma The Donald non ha smentito la possibilità di una reazione: «Se non è vero saremo molto turbati». Difficile dire se si sia trattato di un’apertura diplomatica o di un bluff. Secondo la Cnn, Trump ha ormai «fissato una linea rossa e sente di dover fare qualcosa». Il Pentagono ha presentato tutti i possibili piani.

La possibilità di uno “strike” punitivo ha iniziato a farsi largo da giorni. Ma questa soluzione non sembra piacere né ad alcuni segmenti della Difesa Usa né ai Paesi arabi. Secondo il New York Times, Washington avrebbe nella regione tre cacciatorpedinieri, un sottomarino lanciamissili e la portaerei Theodore Roosevelt dalle parti del Mar Rosso. I media hanno parlato di un «intenso traffico» di aerei militari Usa nella base di al-Udeid, in Qatar. Ma mentre le fonti di Reuters si sono dette sicure di un attacco già entro oggi, quelle del Nyt hanno parlato di alcuni giorni necessari per i preparativi.