Miriam Mafai era nata nel 1926. Aveva conosciuto la guerra e le bombe, aveva volantinato l’Unità nella Roma occupata dai nazisti, era stata funzionaria del Partito comunista di Togliatti, assessora alle politiche sociali nel comune di Pescara, ma aveva lasciato ogni ruolo nel Partito – come lo scriveva lei, con la P maiuscola - dopo i fatti di Ungheria. Aveva scelto il giornalismo, che metteva sopra a qualsiasi altra cosa. Rivendicandolo. Divenne corrispondente da Parigi per Vie Nuove, cronista parlamentare a L’Unità – la prima donna giornalista tra Camera e Senato – poi direttrice di Noi Donne e ancora inviata a Paese Sera. Aveva cinquant’anni, due figli, un compagno ingombrante come il partigiano e dirigente comunista Gian Carlo Pajetta, quando sentì parlare di quell’avventura chiamata Repubblica.

L’avventura di Repubblica

Una nave corsara nel mezzo di giornali paludati in cui non si ritrovava più. Non c’erano garanzie, fin dalla prima riunione il direttore Eugenio Scalfari aveva fissato gli obiettivi da lì a tre anni: se si raggiungevano bene, altrimenti, ognuno per la sua strada. Miriam Mafai, e non era la prima volta, decise di saltare. E mai salto fu più riuscito di quello, perché Repubblica l’aveva come liberata da quel che ancora la teneva attaccata al Pci: il partito che aveva scelto a 18 anni, cui aveva dedicato la sua vita, ma che non bastava alla sua ragione né alla sua curiosità. Diceva di lei Scalfari che era "l’unico vero uomo di Repubblica”. E anche, che era “riformista, e quindi rivoluzionaria”. Non le mandava rose, ma si fidava di lei.