Se avete in programma di andare a Napoli, fatelo adesso. Il tempo è mite, il turismo anche, ma soprattutto è aperto l’antico Albergo dei poveri che ospita fino a marzo un allestimento che non saprei come definire se non l’esperienza più emozionante che abbia fatto da molto tempo a questa parte.
L’Albergo dei poveri, il più grande edificio civile d’Europa, è in restauro e lo sarà ancora per qualche anno (del resto: la costruzione, iniziata ai primi del 1700, non è stata finora mai conclusa. È un luogo con i suoi tempi). Nell’ala riaperta, l’antico refettorio, Laura Valente ha allestito qualcosa che ha chiamato “Prologo”.
Non è una mostra, qui non si può spostare una pietra, non si può piantare un chiodo: è l’inizio di un discorso, e parla di bambini. A migliaia, sono entrati e cresciuti qui. Laura Valente, curatrice d’arte, è una turbina atomica di visione, determinazione, pazienza ed energia. In queste stanze ha messo in scena la più grande e antica utopia sociale forse di tutti i tempi: il riscatto di chi non aveva nulla, neanche la lingua, nemmeno le parole, attraverso le arti.
Erano soprattutto bambine e bambini, quelli che vivevano qui. I figli della forca, per esempio: i condannati a morte li affidavano al serraglio. Alcuni dei loro volti sono proiettati sulle pareti, le loro voci sono la colonna sonora ambientale, la mensa appunto. Le loro scarpe. I loro letti. Le calzature di raso e seta, meravigliose, che le donne — le “peccatrici operaie” — facevano perché fossero vendute alle ricche signore in Italia, in Europa. La rivoluzione delle donne è finita in sfruttamento, come sempre, anche qui — mi dice Valente.







