La continuità dei servizi pubblici essenziali è diventata una delle sfide più urgenti per le economie avanzate. In Giappone, dove l’invecchiamento della popolazione e lo spopolamento delle aree rurali procedono a ritmo accelerato, il tema della mobilità è ormai centrale nel dibattito sulle politiche pubbliche. Non si tratta soltanto di spostamenti, ma dell’accesso quotidiano a lavoro, cure, istruzione e beni di prima necessità. Secondo uno studio del World Economic Forum (Wef), oltre il 20% della popolazione giapponese vive a più di 500 metri da una stazione ferroviaria e a più di 300 metri da una fermata dell’autobus. In molte aree interne, la situazione è ancora più critica: alcuni operatori di taxi hanno cessato completamente l’attività, lasciando ampie fasce di popolazione senza alternative di trasporto pubblico, in particolare gli anziani – che rappresentano ormai quasi il 30% dei residenti – e chi non possiede un’auto.

La diffusione dei cosiddetti “transportation deserts”, territori in cui l’offerta di mobilità è insufficiente o assente, è una delle conseguenze più evidenti della trasformazione demografica. Il problema non riguarda solo gli utenti, ma anche gli operatori del settore. Una survey nazionale citata dal Wef evidenzia come il 55% delle aziende di trasporto – tra autobus, ferrovie e trasporto marittimo di passeggeri – fatichi a mantenere le rotte attuali. La quota sale a quasi il 70% nel comparto degli autobus. Alla base ci sono pressioni convergenti: difficoltà finanziarie, calo della domanda in alcune aree e soprattutto carenza di personale. Dal 2019 a oggi, oltre il 90% degli operatori di autobus e circa il 60% di quelli ferroviari hanno registrato una riduzione degli addetti. Non sorprende quindi che quattro aziende su dieci ritengano necessarie riforme strutturali del sistema.