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Aggressioni, droga, risse: Arditti e Gallicola svelano il lato nero dei nuovi "tamarri" in un libro
Quella dei maranza è una storia come tante. È la storia di come un atteggiamento possa trasformarsi in realtà, per esempio: come un fare da sbruffone si traduca piano piano in comportamenti perennemente da sbruffone, poi in una spacconata un pochino più grossa, poi in un piccolo illecito e, infine, in qualcosa di peggio che ti porta in galera. È anche la storia di come un "modello" possa esercitare un fascino trasversale su una fetta, non esigua, di società: da qualche anno infatti il termine maranza indica i giovani tamarri figli di immigrati, solitamente nordafricani, ciabatta con le strisce e calzino, divise monocolore nere o bianche (al massimo un grigio), felpe col cappuccio da tirare sugli occhi, catenazze al collo, tatuaggi, mutanda con l'elastico che spunta dal fondoschiena, marchi e loghi in grande evidenza, spesso falsi. Ma indica anche i giovani tamarri figli di italiani, che imitano quegli immigrati di seconda o terza generazione nell'aspetto, nel modo di parlare, nei gesti, nell'eloquio "da strada". Un cortocircuito fosforescente in cui tutti sembrano pescare quanto di meno interessante e stimolante dagli altri... E in cui c'è chi sembra non capire, o comunque finge bene, come non si tratti soltanto di apparenza, perché sempre più spesso i maranza sono protagonisti di episodi di violenza e di illegalità.






