Sono ore decisive per il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump, chiamato a confrontarsi con un dilemma ormai difficilmente eludibile: intervenire militarmente contro la leadership iraniana, come lasciato intendere nel post pubblicato su Truth Social il 2 gennaio quando ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “locked and loaded” (pronti all’azione) oppure restare ai margini, sperando che le rivolte popolari in Iran possano, da sole, portare al collasso del regime.

Se Trump decidesse di non agire, il costo sarebbe innanzitutto politico e reputazionale. Dopo aver tracciato una linea rossa pubblica, l’inazione rischierebbe di erodere la credibilità americana nella regione. In Iran, parte della mobilitazione popolare sembra aver trovato una nuova speranza proprio nella percezione che Trump rappresenti una leva esterna contro i regimi autoritari: in diverse città si registrano slogan e cartelli che invocano un intervento statunitense, con messaggi come “Trump, simbolo di pace: non lasciate che ci uccidano”. In questo contesto, un passo indietro verrebbe letto come un tradimento delle aspettative.

Eppure, i problemi che si pongono di un intervento americano sono molteplici e tutt’altro che secondari. Il primo riguarda la dimensione militare e strategica. Al momento, gli Stati Uniti non dispongono di una portaerei schierata nelle immediate vicinanze del Medio Oriente, elemento cruciale per condurre operazioni offensive calibrate e, allo stesso tempo, garantire la protezione delle forze statunitensi nella regione. La portaerei USS Gerald R. Ford, fino a poco tempo fa operativa nel Mediterraneo, è stata recentemente spostata in America Latina. Ripristinare una postura militare pienamente credibile richiederebbe realisticamente dai dieci giorni alle due settimane, un arco temporale che rischia essere troppo tardi dinanzi alla repressione che si sta consumando ora.