C’è la miniera. C’è la certezza che qualcosa sotto ci sia. Qualche pepita è già uscita e si è venduta già. Ma al momento a fare i soldi veri sono le aziende che producono i picconi, le pale, i secchi per scavare. Rivedendo una metafora piuttosto in voga sulla corsa all’oro promesso dell’Intelligenza artificiale, si potrebbe fotografare così lo stato attuale degli affari che si stanno muovendo intorno al settore.

Certo, è una foto un po’ riduttiva. Il settore minerario non ha sviluppato intorno un mercato così evoluto di pubblicità, consulenti, esperti, analisti, venditori a vario titolo e livello come ce l’ha quello dell’IA. Ma provando a cambiare un po’ di termini in gioco, le società che producono i modelli (OpenAI, Anthropic) stanno ancora cercando la via maestra al profitto, tra variabili al momento non del tutto sotto controllo come costi di produzione e costi energetici.

Mentre le società che costruiscono l’infrastruttura necessaria, i chip, il cloud (Nvidia, Oracle, ma anche Microsoft e Google) e quelle in grado di vendere soluzioni specifiche per aziende e far risparmiare loro costi (in termini di lavoro umano) di produzione la via l’hanno già trovata. Ogni azienda che fa AI, a qualsiasi livello, è un caso specifico. Ognuno ha un proprio modello, un proprio progetto. Tutte hanno necessità di raccogliere miliardi per sostenere i costi di produzione. Ma solo in poche al momento hanno raggiunto quello che si chiama break-even, il punto di pareggio, il parametro al momento più monitorato dai Cfo (direttori finanziari) per distinguere aziende solide, modelli solidi, da potenziali bolle speculative. Intanto queste società raccolgono investimenti, raggiungono valutazioni plurimiliardarie. Non per quello che fanno. Ma per la promessa di ciò che faranno in futuro. E gli investitori oramai sono troppo esposti per non crederci più.