All'ombra delle proteste a Teheran, il leader saudita Mohammed ben Salman (Mbs) accelera il rafforzamento del peso regionale di Riad e, in stretto coordinamento con gli Stati Uniti, gioca di sponda per contenere le mosse non solo dell'Iran ma anche di Israele ed Emirati Arabi Uniti.

La crisi iraniana è letta a Riad come un passaggio potenzialmente decisivo. L'indebolimento del fronte interno della Repubblica islamica e le tensioni sociali che attraversano il paese aprono, secondo ambienti sauditi, una fase di incertezza strategica che rischia di ridisegnare gli equilibri regionali dopo anni di competizione indiretta tra Teheran e i suoi rivali.

In questo contesto, l'Arabia Saudita punta a evitare che il vuoto venga riempito da altri attori. Da un lato Israele, deciso a capitalizzare la pressione sull'Iran per rafforzare la propria libertà d'azione militare. Dall'altro gli Emirati Arabi Uniti, sempre più attivi su dossier chiave come Yemen, Corno d'Africa e Mar Rosso. L'ingresso di Israele nell'area somala, con il riconoscimento del Somaliland, è percepita da Mbs come un tentativo israeliano ed emiratino di accerchiare l'Arabia Saudita.

Secondo fonti diplomatiche citate dai media regionali, Mbs ha così intensificato il coordinamento con Washington per mantenere il confronto con Teheran entro limiti controllabili. Al tempo stesso, il leader saudita vuole evitare una destabilizzazione aperta che favorirebbe iniziative unilaterali israeliane o una proiezione emiratina percepita come competitiva rispetto agli interessi sauditi.