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Ultimo aggiornamento: 7:28
Penso che sia necessario dirlo con chiarezza, anche a costo di risultare scomodi: quello che sta accadendo in Iran non è un fatto interno, né una crisi lontana che possiamo osservare con distacco. Ma siamo davanti a una dinamica già vista troppe volte, in cui proteste reali e legittime vengono progressivamente inglobate in una partita geopolitica più grande, dominata da interessi strategici, risorse energetiche e logiche di potenza. La storia recente dei “regime change” avrebbe dovuto insegnare qualcosa, e invece si continua a far finta di niente.
Le manifestazioni in Iran nascono da problemi concreti: inflazione, difficoltà economiche, scelte politiche contestate. Su questo non ci sono dubbi. Sarebbe però ingenuo ignorare il contesto internazionale in cui tutto questo avviene. Quando un Paese come l’Iran, centrale per il petrolio, il gas e gli equilibri regionali, entra in una fase di instabilità, non mancano mai attori esterni pronti a spingere nella direzione che più conviene loro. E quasi mai questa direzione coincide con il benessere dei cittadini.
Il punto più delicato di tutta questa vicenda è il collegamento con il Pakistan. Islamabad è oggi uno degli osservatori più preoccupati di ciò che succede a Teheran, e non a caso. Il Pakistan si trova già in una posizione estremamente fragile, tra difficoltà economiche, tensioni interne e un contesto regionale ostile. Ignorare questo elemento significa non comprendere la portata reale della crisi.






