LONDRA – «Non creda che, da ragazzo, tutte le mattine mi guardassi allo specchio pensando: sarò re». Quarant’anni dopo l’intervista che mi concesse nella sua casa ai sobborghi di Washington, proprio di fronte alla sede della Central Intelligence Agency (così evidentemente la Cia poteva proteggerlo meglio), Reza Ciro Pahlavi II potrebbe sembrare un po’ più vicino al “trono del Pavone” di cui è formalmente l’erede. La settimana scorsa, prima che il regime degli ayatollah mettesse un blackout a internet, con un post sui social ha esortato gli oppositori iraniani a scendere in piazza per scandire slogan alle 8 di sera in punto. E, da quel poco che in seguito è trapelato dall’Iran, a quell’ora precisa alcuni dei manifestanti hanno scandito anche il suo nome, gridando prima «morte al dittatore», riferimento alla Guida suprema della rivoluzione islamica Ali Khamenei, e subito dopo «lunga vita allo Scià».

A protester in Kaj Square in the Saadat Abad district of west Tehran holds up a picture of Reza Pahlavi, exiled son of the late Shah.

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